Emozioni in gioco

Durante il mio percorso formativo e professionale ho potuto verificare l’importanza delle emozioni nell’uomo. Ogni giorno ci confrontiamo con le nostre emozioni e con quelle degli altri dovendole gestire, esprimere e controllare. Mi sono sempre posta diverse domande riguardo alle loro origini e, da quando ho iniziato a lavorare con i bambini, prima negli asili e successivamente in una comunità per minori, il mio interesse è cresciuto. Ho deciso quindi di approfondire questo tema, scegliendolo come argomento per la mia tesi di laurea. Analizzandolo, mi sono resa conto di quanto esso sia vasto e di quante discipline abbiano contribuito e collaborato per arrivare alle scoperte e alle teorie più recenti.

In questa dissertazione ho trattato la nascita delle Neuroscienze, il concetto di Intelligenza Emotiva e la nascita del Neurodiritto.

Per l’elaborazione della tesi ho fatto riferimento principalmente a tre fonti bibliografiche:
1) Il cervello emotivo. Alle origini delle emozioni di Joseph LeDoux
2) La strana coppia. Il rapporto mente-cervello da Cartesio alle neuroscienze di Piergiorgio Strata
3) Delitto del cervello. La mente tra scienza e diritto di Andrea Lavazza e Luca SammicheliI

Grazie a questi tre testi ho potuto ricostruire la storia delle emozioni partendo dagli antichi egizi fino alla nascita delle neuroscienze. Di questa grande branca della scienza fanno parte tutte quelle discipline che si sono occupate di studiare il cervello e il suo funzionamento. Molti filosofi antichi, come Aristotele e Cartesio hanno cercato di rispondere a diverse domande riguardanti la correlazione tra mente e corpo e le funzioni cerebrali, accendendo un ampio dibattito che è tuttora aperto. Le teorie classiche delle emozioni cercarono di scoprire la sequenza, o ordine causale, di tre componenti: la sensazione soggettiva di un’emozione, le modificazioni fisiologiche, il comportamento espressivo.

Joseph Ledoux pensava che le emozioni andassero studiate come funzioni biologiche del sistema nervoso. Secondo l’autore non esisterebbe un unico sistema che si occupi di emozioni. Decise, quindi, di concentrarsi sul sistema della paura e, a tal proposito, eseguì diversi esperimenti dai quali emerse l’importanza dell’amigdala e dei meccanismi di memoria.

Ho compiuto una breve rassegna degli autori riportando le teorie (fenomenologiche, cognitiviste e comportamentiste) che più hanno lasciato le loro tracce in questo campo. Mi sono soffermata su Charles Darwin, che tentò di spiegare i meccanismi cognitivi animali e umani, estendendo la sua teoria dell’evoluzione ai substrati biologici della cognizione, e sulla teoria della retroazione di William James, secondo cui il comportamento emotivo è una reazione corporea automatica e involontaria, quindi priva di affetto. 

In questi tre testi vengono portati ad esempio gli esperimenti di Antonio Damasio su pazienti che, a causa di incidenti, avevano subito delle lesioni cerebrali. Da questi emerge che le lesioni cerebrali possono causare grandi deficit a livello emotivo, condizionare il comportamento e, di conseguenza, la condotta.

Ho trattato quindi il concetto di Intelligenza Emotiva, prendendo a riferimento il testo di Daniel Goleman. Partendo dalla definizione di emozione e dall'importanza rivestita dalla sfera emotiva nella formazione della nostra personalità, ho riportato la contrapposizione, analizzata da Goleman in Intelligenza Emotiva,tra mente razionale e mente emozionale, dalla quale emerge che il QI non è l’unico responsabile del nostro comportamento. 

Ma che cosa succede quando la mente emozionale prende il sopravvento su quella razionale? Goleman affronta il tema del sequestro neurale approfondendo il sistema della paura e il ruolo fondamentale dell’amigdala. Gli studi dimostrano che se l’amigdala viene danneggiata potrebbero verificarsi dei deficit a livello cognitivo ed emotivo, ma anche periodi di grande angoscia o di grande stress possono portare ad avere difficoltà di apprendimento e disturbi del comportamento.

Lavazza e Sammicheli affrontano diversi temi ponendosi molti quesiti. In che misura, per esempio, si è responsabili dei crimini che si commettono? Numerosi pazienti che hanno subito gravi lesioni cerebrali hanno visto cambiare la propria condotta e hanno commesso crimini che altrimenti non avrebbero neanche pensato di poter fare.

I due autori riportano esempi di sentenze nelle quali le prove, a difesa dell’imputato, erano basate sulle immagini del suo cervello. Ne consegue che i concetti di intenzionalità e di libero arbitrio vengono messi in crisi. Proprio su questi due concetti tanti studiosi eseguirono diversi esperimenti. Il più importante è Benjamin Libet, che scoprì il potenziale di preparazione e condusse le sue ricerche con l’obiettivo di determinare il tempo intercorrente tra l’esecuzione di un atto e il momento in cui si è deciso di compierlo.

Oggi, grazie alle recenti scoperte delle neuroscienze, possiamo attribuire alle diverse aree del cervello specifiche funzioni. Ne consegue che danni e disfunzioni di una di queste aree possono plasmare e modificare il comportamento di una persona.

Queste nuove scoperte hanno aperto un nuovo modo di diagnosticare e di interpretare le patologie e di intervenire su di esse. Sebbene la spinta fisiologica non basti a spiegare le basi del comportamento umano, essa è sicuramente un elemento da non trascurare e da tenere sempre in considerazione. 

Se avere delle buone capacità emotive influisce sull’apprendimento e sul comportamento, allora è importante che fin da bambini si ricevano insegnamenti che possano migliorarle e farle maturare. La famiglia si occupa per prima dell’educazione emotiva dei bambini, che iniziano a fare le prime esperienze di empatia dentro la pancia della mamma. L’educazione emotiva continua durante tutte le fasi di sviluppo e si può dire che non finisca mai. Anche la scuola assume un ruolo fondamentale, tanto che diversi teorici hanno proposto di inserire all’interno dei programmi scolastici corsi di insegnamento riguardanti la sfera emotiva.

Come sottolinea Goleman, l’empatia si basa sull’autoconsapevolezza. Quanto più aperti saremo verso le nostre emozioni, tanto più abili saremo nel leggere i sentimenti altrui. Le persone che non hanno sviluppato una buona capacità empatica sono confuse sui loro sentimenti e rimangono sconcertati quando altre persone esprimono i loro. Questa incapacità, secondo Goleman, causa un gravissimo deficit dell’intelligenza emotiva in quanto non ci permette di entrare in sintonia emozionale con gli altri esseri umani e di costruire relazioni sane. La capacità empatica si sviluppa con il passare del tempo, anche grazie alla “sintonizzazione” con i genitori, ovvero il momento in cui il bambino capisce che le sue emozioni sono accettate e ricambiate dall’altro.

Ma cosa succede quando i genitori non riescono ad accogliere le emozioni dei propri figli? Probabilmente i piccoli smetteranno di esprimerle e, in alcuni casi, anche di provarle. Queste esperienze negative possono causare molti danni a livello di formazione della propria identità e nella propria condotta. In molti studi sui criminali, che commisero delitti più efferati e violenti, si scoprì che essi avevano avuto esperienze negative durante l’infanzia: maltrattamenti, abbandoni e abusi. 

L’esperienza appresa durante l’arco della vita modifica e condiziona il nostro comportamento. Per questo risulta di fondamentale importanza che la famiglia e la scuola si occupino dell’educazione emotiva dei bambini e non la lascino al caso. 

L’alfabetizzazione emotiva si pone come obiettivo il riconoscimento delle emozioni in sé e negli altri, la gestione dell’emotività, la costruzione della resilienza, lo sviluppo della tolleranza nei confronti della frustrazione e l'adozione di un atteggiamento positivo verso la vita. Si tratta anche di un’opportunità per prevenire l’aggressività, l’abuso di sostanze e altri comportamenti a rischio.