Relazionare, una competenza da imparare

Nel complesso lavoro degli educatori, la stesura delle relazioni educative è spesso un aspetto piuttosto delicato. Una relazione educativa assume un'importanza non da poco: è un documento denso di dati e informazioni sul minore oggetto della relazione, e, da quei dati e da quelle informazioni, spesso altri enti preposti traggono conclusioni, determinando il suo futuro percorsi di vita e assumendo decisioni che potrebbero indirizzare in modi molto differenti la sua strada.

Ecco allora che relazionare è un'attività a cui dedicare particolare cura, in cui parole e frasi vanno sapientemente pesate, in cui occorre impegnarsi per la massima oggettività, tralasciando considerazioni soggettive o personali. 

Relazionare è altro da improvvisare. Non coincide con lo scrivere a ruota libera tutto ciò che vorremmo dire, ma richiede, invece, unitamente allo sforzo della massima oggettività, di indagare su tutte le sfere che contribuiscono e ruotano intorno al minore in oggetto, e per ognuna di queste, di riportare gli elementi rilevanti.

In questi anni, come équipe educativa, abbiamo adottato un modello integrato PEI - relazione. Per ciascuna delle aree individuate (area situazione personale; area relazioni intrafamiliari e interpersonali; area scolastica-formativa; area rapporti con il territorio/attività) ci prefiggiamo di redigere un progetto educativo individualizzato (PEI), definendo una serie di obiettivi e, per ognuno di questi, declinando le azioni che si intende intraprendere per il loro perseguimento, con la specificazione di metodi, strumenti e indicatori utili alla valutazione del risultato. 

Essere in grado di redigere una relazione educativa, pertanto, diventa una vera e propria competenza che deve necessariamente far parte del bagaglio professionale di un educatore. Non è, infatti, sufficiente sapersi esprimere attraverso la scrittura. È altresì necessario essere capaci di scrivere in modo competente e adeguato.

Come acquisire questa competenza? Siamo davvero tutti capaci di scrivere una relazione educativa efficace e adeguata? Purtroppo questo argomento - la scrittura professionale dell’educatore - è poco esplorato e approfondito dalla nostra professione e non molto insegnato agli educatori in formazione, pur essendo praticato quotidianamente nella pratica professionale attraverso la stesura di relazioni, progetti, report, diari, appunti che vengono richiesti nei diversi servizi socio-educativi in cui lavoriamo.

Tra la letteratura disponibile sul tema, ci sentiamo di offrire un consiglio a tutti i colleghi educatori: leggete “Scrivere per professione. L'educatore professionale e la documentazione educativa”, un testo illuminante della Prof.ssa Riccucci, di cui citiamo questo brano che sottolinea l'importanza del relazionare nella professione educativa:

“Scrivere bene è un esercizio collegato al pensare bene; una scrittura professionale consapevole, corretta e efficace è un’assunzione di responsabilità verso le persone con cui lavoriamo, verso la professione e la sua evoluzione, verso la propria professionalità”.

(Marina Riccucci, Scrivere per professione. L'educatore professionale e la documentazione educativa)

Franz Kafka, la piccola Elsi e la sua bambola Brigida

Lo scrittore Franz Kafka sul finire della propria vita era solito passeggiare quotidianamente allo Steglitzer Park di Berlino. La compagna dello scrittore, Dora Diamant, ha raccontato che un pomeriggio, durante una delle sue camminate, Kafka incontrò una bambina. La piccola era sconvolta da un violento pianto, buio e disperato come quelli che a volte travolgono i bambini. Si chiamava Elsi - il nome fu decifrato da Franz Kafka in mezzo alle lacrime e ai singhiozzi. Era distrutta dal dolore perché aveva perduto la sua bambola, Brigida. Questa era scomparsa chissà dove e lei non riusciva a farsene una ragione. Kafka fu impressionato dal vuoto che aveva generato la sparizione della bambola nel cuore della bambina e si offrì di impegnarsi a cercare Brigida insieme a lei.

La bambola, però, non saltò fuori dal suo nascondiglio. Non fu ritrovata, né quel giorno, né mai.

Lo scrittore non si perse d'animo. Per colmare quel vuoto d'amore che aveva percepito nella piccola Elsi, mise in campo la sua immaginazione e le sue capacità di narratore. Riferì alla bambina che in realtà la sua bambola non era affatto sparita. Era semplicemente partita per un viaggio. Lui ne era al corrente, perché, ora che ci pensava, aveva ricevuto una lettera da Brigida. L'indomani, in qualità di Postino delle Bambole, l'avrebbe consegnata a Elsi, la destinataria della missiva.

Detto questo, Franz Kafka tornò a casa e si mise alla scrivania. Secondo quanto raccontò Dora Diamant, lo scrittore assunse un atteggiamento serio e concentrato, come quando lavorava alle opere che lo avevano reso celebre in tutto il mondo. Con questa disposizione d'animo, buttò giù la prima lettera per Elsi da parte di Brigida.

Come promesso, il giorno successivo Franz Kafka consegnò la lettera alla bambina. La bimba così apprese che la sua amata bambola aveva deciso di partire. Brigida scriveva che le voleva bene, ma aveva voluto cambiare aria perché aveva il desiderio di visitare anche altre parti del mondo oltre ai luoghi in cui era nata. Lo scrittore invitò Elsi a considerare la fortuna che aveva avuto. Nella sua passeggiata nel parco aveva incontrato per caso proprio l'unica persona che avrebbe potuto continuare a darle notizie di Brigida: il postino Franz.

Per diversi giorni, Kafka scrisse lettere di viaggi e le consegnò a Elsi che fu mano a mano affascinata dalla storia della sua bambola. Leggendo quelle parole suggestive di esperienze e luoghi lontani, finì per consolarsi della perdita subita.

Dopo qualche settimana di missive quotidiane, lo scrittore si presentò al parco con una bambola nuova. Aveva dei lunghi capelli corvini e, legati al nastro che li raccoglieva, Elsi trovò un biglietto. Lo spiegò e lesse:

I miei viaggi mi hanno cambiata.

Ma la storia non finisce qui. Diversi anni dopo, la bambina diventata grande trovò un altro biglietto cucito in una piega dell'abito della bambola. Recava questa scritta:

Ogni cosa che ami probabilmente andrà perduta, ma alla fine l’amore tornerà in un altro modo.

La storia di Kafka e della bambola viaggiatrice ha diverse versioni, come accade a tutte le più belle storie vere che vengono narrate dai protagonisti, e poi narrate ancora da chi se ne appropria di volta in volta. Diventano film, romanzi, o racconti della buonanotte. Diventano storie per viaggiare, per sognare, per saggiare la potenza guaritrice delle parole.

Una curiosità. Le lettere scritte da Kafka per Elsi furono sequestrate dalla Gestapo. Ma Dora è comunque riuscita a non fare sfumare nel tempo questo ricordo. E ancora oggi, grazie a lei, possiamo continuare a passeggiare con Franz e Elsi allo Steglitzer Park di Berlino in un pomeriggio di più di cento anni fa.


Sciogliere nodi, riannodare storie

Perché cimentarsi in un libro di storie, quando ci sono fior di scrittori che scrivono storie bellissime, per bambini, per adulti, o anche rivolte a entrambi, con molteplici piani di lettura?

Perché il nostro non è solo un libro di storie, ma un libro che parla di una precisa scelta educativa. Quella di stare con i nostri bambini, dentro la loro Storia di Vita, senza giudizi, senza moralismi, senza stereotipi, ma semplicemente e meravigliosamente relazionandosi con il bambino in modo empatico. Questo stare ci permette di conoscere la loro storia, e poi di renderla meno cruda, di rendere udibile anche l’indicibile, cambiando sfondi, parole, nomi, e cercando di infondere coraggio, speranza e fiducia, provando addirittura a cambiarne il finale. Questo è il senso del primo libro della Comunità Mafalda, che narra un altro modo di accogliere l’Altro.

Chi si vuole inoltrare in questa avventura, che ci porta in mezzo a boschi fatati, in fondo al mare e fino alle galassie più lontane, può trovare il nostro libro in vendita online sul sito della casa editrice e sui maggiori siti oppure, se è un amante dell'old style, recarsi fisicamente presso la sede della Voglino Editrice, in Via Digione, 18 a Torino.

L’esatta sequenza dei gesti (Fabio Geda)

Marta e Corrado sono la ragazzo e la ragazza protagonisti di questo libro. Due adolescenti allontanati dal loro contesto di vita familiare, che si trovano a condividere l'esperienza di una comunità educativa. Attorno ai protagonisti, un mondo di educatori, assistenti sociali, altri minori; storie di vita che si intrecciano tra loro in un racconto denso di emozioni e di vissuti. Positivi, negativi, dolorosi, traumatici, che descrivono la realtà dei ragazzi e delle ragazze che crescono fuori dalla propria famiglia di origine.

E in questo racconto c'è tanto di quello con cui ogni giorno noi educatori di comunità ci confrontiamo: le cose belle e quelle brutte, quelle che ci fanno scegliere ogni giorno il nostro lavoro e quelle imprevedibili, che ci fanno tremare le gambe e la terra sotto ai piedi, le grandi gioie e le preoccupazioni.

La sensazione è di vivere la storia dall'interno, l'identificazione dentro ogni pagina, e la scrittura dell'autore rende il racconto così fluido da non riuscire a smettere di leggerlo fino alla parola fine. Il libro coinvolge il lettore fin dalle prime pagine come se fosse scritto di getto; allo stesso tempo, però, l'accuratezza e la delicatezza con cui sono narrati fatti e sentimenti indicano una scrittura giusta, esatta, abbastanza distante da rendere luminosi i contenuti di cui tratta.

Per chi fa il nostro lavoro di educatore in comunità, gli spunti di riflessione sono tantissimi. Anche per tutti gli altri, però, il libro offre uno spaccato reale di quello con cui ogni giorno ci confrontiamo dal momento in cui apriamo la porta di una comunità a quello in cui la chiudiamo, spesso molto più tardi del previsto, per tornare alla nostra quotidianità. Le storie dei protagonisti assomigliano a quelle dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze, il loro bagaglio da custodire, nonostante tutto, con rispetto e riservatezza, senza giudicare mai.

È facile entrare in empatia con i personaggi, sembra quasi di conoscerli, così come alcune situazioni che risultano molto familiari.

E il titolo è emblematico. La parola “gesto”, come movimento, imprime dinamicità al nostro lavoro: ci sono tante cose da fare, sempre, il ritmo delle giornate alle volte è davvero frenetico, incalzante. Ma il gesto è anche conforto, sguardo, affetto, sostegno, rimprovero; è un termine che racchiude una molteplicità di significati.

L'esatta sequenza dei gesti è quella che ci accompagna quando arriviamo in comunità, ci cambiamo, facciamo attenzione a non svegliare chi dorme e speriamo che qualcuno sia pronto ad accoglierci con una tazza di caffè fumante. Da lì prende il via la nostra giornata, sempre con le migliori premesse, anche se spesso ha risvolti diversi da quelli previsti.

L'esatta sequenza dei gesti è uno spazio molto soggettivo che ci permette di affrontare l'imprevedibile; è il nostro porto sicuro, la certezza nell'incertezza, l'appiglio.

È ciò che ci permette di tenere insieme i pezzi del puzzle che ogni giorno componiamo a fianco dei nostri ragazzi. Qualche volta sbagliamo gli incastri o può succedere che ci manchi proprio quel pezzettino nel mezzo; ma con pazienza e perseveranza, si arriva a completare il quadro.

Il Laboratorio di Agnese #6

Dal cassetto dei ricordi: Casa Mondolfiera salpa da Genova

Tanti selfie sul traghetto e l'emozione del viaggio. Di notte si dorme poco: troppe emozioni. All’alba si attracca ad Olbia, poi l'incanto del mare splendido della Sardegna.

Il primo tuffo nell’acqua color smeraldo. Una stella marina - "non le avevo mai viste nel mare!"- subito ributtata in acqua perché è una creatura che va rispettata. 

Spiagge meravigliose... come le ciliegie: una tira l’altra. Cene sotto le stelle, motoscafo per esplorare il mare e surf, catamarano e canoa appena c’è “la Buena Onda” per trovare nuovi stimoli. Tante camminate e l'incontro con gli ulivi millenari, gli animali: i pesci, il geco, una cinghialessa, tanti gatti di una colonia felina... E poi la delizia dei fichi d'india, con un po' di spine sulle dita!

Ogni giorno una nuova avventura... meglio dei videogiochi!

Impariamo che i venti sono tanti e diversi, come quelli che danno i nomi alle nostre stanze, a casa: Scirocco, Libeccio, Ponente, Tramontana. 

Ci siamo innamorati di una spiaggia, Cala Moresca, di fronte all’isola Tavolara, che sarà teatro del film "la Sirenetta" e abbiamo giocato con pinne e maschere, dando da mangiare ai pesci che venivano a galla!

A fine agosto c’è la luna piena.
"Ma che bella luna..."
"Io vado a dormire, buonanotte!"
"Solo un attimo: cosa vi è piaciuto di più?"

Il mare, la pizzata, lo shopping a Olbia, la barca, la casa, il surf, la sabbia bianca, il Buena Onda, i gatti, il letto, le cozze slurp! Cala Moresca, il catamarano, tutte le spiagge, il mercatino artigianale, le foto, il giro in motoscafo, le focacce, il romazzino, Cala Brandinchi, la ruota panoramica, il gattone bianco, la casa, il mare, la luna, il Buena Onda, la Maddalena, le conchiglie, i pesci, i cinghiali, il motoscafo, la stella marina, la nave, il riccio di mare, i fiori, la canoa…

Il Laboratorio di Agnese #5

Ma quando possiamo fare una bella festa?

È una delle domande che i Mafaldini ci pongono da un po' di tempo, perché la pandemia ci ha obbligati a cambiare tante cose e tra queste anche il modo in cui i volontari dell'Associazione Premoli possono essere presenti in comunità.

Il gruppo di famiglie affidatarie ha dovuto sospendere i momenti di confronto e condivisione, ma, nonostante questo, i partecipanti hanno continuato a sostenersi a vicenda, cercando di restare uniti e di far sentire agli altri la propria vicinanza.

Alcune famiglie, inoltre, hanno continuato il loro percorso di formazione e di valutazione, per essere pronte ad accogliere in affidamento un bambino, appena ce ne sia bisogno.  

Tra le mura della comunità, però, non ci sono più volontari il pomeriggio per giocare o studiare, nessun volontario da invitare a cena, niente uscite nei fine settimana, niente feste per i momenti importanti dell'anno o per salutare i bambini che concludono il loro percorso in comunità.  

Nonostante questo, i volontari non si sono fermati neanche di fronte alla porta chiusa e hanno fatto aprire... il portone del cortile di Mafalda!

Con l'inizio della stagione mite, infatti, hanno iniziato a venire il sabato o la domenica pomeriggio per giocare con i bambini. Disposti a sottoporsi a un rigoroso triage, trascorrono con i Mafaldini un paio d’ore, pronti a giocare lunghe partite di calcio, di pallavolo o di palla avvelenata, sempre attenti a coinvolgere anche i bimbi e le bimbe più timide con grande entusiasmo ma, allo stesso tempo, anche a lasciare che siano i bambini a coinvolgerli nei loro giochi spontanei.

In queste occasioni finalmente ritrovate grazie al meteo favorevole, piccoli e grandi imparano piano piano a conoscersi e aumenta il desiderio di passare del tempo insieme.

I bimbi aspettano le visite dei volontari e restano delusi quando capita che in qualche pomeriggio nessuno venga a trovarli.

Ma ancor di più aspettano con impazienza l’esperienza delle uscite con loro.

Per garantire il rispetto delle norme anticovid abbiamo ridotto il tempo delle uscite, limitandole alle sole ore pomeridiane e dando come indicazione di non portare i bambini a casa propria ma di svolgere unicamente attività all’aperto.

Ai Mafaldini non importa se il tempo è poco. Per loro le uscite sono belle occasioni per fare attività al di fuori della comunità e per conoscere meglio i volontari con cui condividono quei momenti.

La presenza dei volontari continua quindi a essere una ricchezza per la comunità Mafalda e, per questo motivo, siamo sempre ben disposti ad accogliere nuove persone che abbiamo voglia di offrire il loro tempo.

Se conoscete qualcuno che potrebbe essere interessato a svolgere questo servizio, non esitate a suggerirgli di contattare l’associazione Premoli, telefonando allo 0119188239 o scrivendo una email all'indirizzo info@associazionepremoli.org

Se qualcuno, invece, volesse dare un contributo per le attività dei nostri piccoli ospiti può utilizzare il seguente IBAN IT94 M030 6909 6061 0000 0116 398 per un graditissimo bonifico.

Buon compleanno, Mondolfiera!

Bisogna muoversi come ospiti pieni di premure,

con delicata attenzione per non disturbare

ed è in certi sguardi che si vede l'infinito.

(Manlio Sgalambro e Franco Battiato)

Sono passati cinque anni da quando Casa Famiglia Mondolfiera ha accolto il primo ospite o, meglio, i primi due. Ma Mondolfiera è nata molto prima, nel cuore, nei sogni, nei pensieri di Bea e Ugo.  

Pensieri condivisi, rielaborati e che, a poco a poco, hanno preso forma, proprio come la casa che oggi è abitata da loro due e da altri sei ragazzi a loro affidati, più una gattina dolce e affettuosa di nome Mia.

In questi cinque anni tra le mura accoglienti di Casa Mondolfiera sono passati tanti volti: quelli più piccoli con guanciotte sorridenti e tratti birichini, che hanno riempito la casa di risate e capricci; e poi le facce furbe dei ragazzi e delle ragazze più grandi, con l’aria di sfida e il sopracciglio alzato, la loro irruenza, l’energia inesauribile. Ognuno ha lasciato e lascia un’impronta, una parte di sé.

Non sono mancati, e non mancano tuttora, momenti belli, incontri sorprendenti, scambi arricchenti con culture diverse. Ci sono anche momenti difficili e faticosi, domande che restano senza risposta, sguardi tristi e commossi che a volte si sciolgono in un abbraccio. Esattamente come accade in ogni famiglia.

Ma quella di Mondolfiera è una famiglia speciale, nata da una coppia speciale che ha deciso di fare dell’accoglienza la sinfonia della propria vita, dando spazio e voce a tutti i suoi elementi, proprio come dentro a un’orchestra.

Auguri dunque a chi ha creduto con convinzione e passione in questo progetto, a chi collabora alla sua riuscita, a chi lo sostiene, ma auguri soprattutto a Ugo e Bea e ai loro sei Mondolfieri, che oggi abitano una casa in cui coltivare e far crescere i propri sogni affinché diventino reALI per spiccare il volo dal nido.

Ognuno con il proprio inconfondibile, unico, meraviglioso stile.

Il Laboratorio di Agnese #4