I volontari dell’associazione Premoli

L'estate per noi è il periodo senza scuola, il momento dei bilanci, dell’inizio di progetti nuovi e divertenti, ma anche dei lavori di manutenzione, di restyling della casa e del giardino. Senza i nostri magici volontari dell’associazione Premoli non ce la faremo di certo! Loro ci affiancano, ci sostengono, ci aiutano, ci supportano e sopportano, e lo fanno 365 giorni all’anno.

Ma cosa fanno? Un po' di tutto, sono molto eclettici! Innanzi tutto stanno con i nostri bambini, e già lo stare con, senza giudicare, senza pretendere nulla, accettando il bambino anche quando è scontroso, arrabbiato e poco simpatico, è tantissimo, perché i nostri piccoli sono spesso stati visti attraverso i loro problemi e i loro limiti e non nella loro interezza.

E poi colorano le ringhiere, tinteggiano i muri, tagliano l’erba, giocano o studiano con i bambini, ci comprano le uova di Pasqua, stirano, sistemano il guardaroba, aggiustano i mobili, le ante e i letti meglio di Bob Aggiustatutto, fanno lavoretti e abbelliscono la nostra grande casa. A voi, cari e insostituibili volontari, un GRAZIE grande come la nostra casa e come il vostro cuore e un meritato riposo estivo!

Anna e Adriana... volontarie in gioco!
La nostra storica Jolanda si occupa di ordinare ciò che noi disordiniamo.
Grazie a lei, sappiamo sempre dove trovare l'indumento che manca.
Jolanda, la nostra volontaria
Portamatite colorati e Mafalde realizzati dal nostro falegname personale Enrico
Il nostro volontario Lorenzo: il Bob Aggiustatutto di Borgo Revel

Mio fratello rincorre i dinosauri

Mio fratello rincorre i dinosauri: titolo curioso per molti; non tanto per Giacomo, per lui tutto ciò non rappresenta una stranezza, perché

“Giovanni era una danza. Giovanni è una danza. Il problema è sentire la sua stessa musica. Come quella frase attribuita a Nietzsche, avete presente?, che dice: Quelli che ballavano erano visti come pazzi da chi non sentiva la musica. Ecco, a me, la sua musica, in quel periodo, non arrivava proprio.”

Queste sono le parole di Giacomo, il fratello di Giovanni. Giovanni è un bambino affetto dalla sindrome di down o, per meglio dire, un bambino con un cromosoma in più, a cui piacciono i dinosauri, ama correre nei corridoi e un po’ meno andare a scuola.

Giacomo aveva solo cinque anni quando i suoi genitori gli annunciano che presto arriverà un fratellino e che sarà speciale. Lui, felicissimo, inizierà a fantasticare, immaginando suo fratello come un supereroe, per poi accorgersi con il passare degli anni che Giovanni, sì, è speciale, ma i superpoteri non li ha.

L’autore del libro è appunto Giacomo Mazzariol, un ragazzo di appena vent’anni che racconta in modo onesto, a tratti anche ironico, della sua quotidianità, delle difficoltà legate alla sindrome e di come il suo entusiasmo iniziale si sia trasformato ben presto in rifiuto e addirittura in vergogna. Solo una volta adolescente e scosso da un episodio che li coinvolgerà entrambi, si accorgerà di tutte le cose che ha in comune con il fratello, riuscendo a entrare finalmente nel suo mondo, conoscere la sua semplicità e viverlo senza preconcetti.

Questo dovrebbe essere un po’ un insegnamento per tutti. Dovremmo imparare a distinguere le somiglianze e a tralasciare le diversità, solo allora capiremo che speciale non è un termine per edulcorare la pillola ma descrive una verità. Ci insegnano da sempre che dobbiamo fare ciò che ci far stare bene. Se rincorrere i dinosauri ci fa stare bene, allora va bene rincorrere i dinosauri!

Mamma diceva che amare un fratello non vuol dire scegliere qualcuno da amare; ma ritrovarsi accanto qualcuno che non hai scelto, e amarlo. Ecco, scegliere di amare, non scegliere la persona da amare.

Fai tu la notte?

Elia Fabbro, di professione educatore, ha scritto un libro che è uno spaccato reale, e pertanto molto interessante, sul mondo delle comunità per minori, spesso poco o affatto conosciuto dai non addetti ai lavori. Pubblicato nel 2020 e fin da subito diventato popolare, il libro racconta in modo autentico e divertente ciò che accade nel quotidiano delle comunità per minori.

"Fai tu la notte?" - il titolo del volumetto è la domanda posta di frequente dai bambini ospiti di una comunità per minori all'educatore in turno per sapere se si tratterrà fino al mattino successivo, attraversando insieme a loro i bisbigli, i sogni belli e quelli brutti che popoleranno la casa quando calerà il buio. Da questa semplice ed apparentemente banale domanda, l’autore fa partire una riflessione educativa e personale sul lavoro dell’educatore nelle comunità educative per minori. Il sottotitolo del libro recita: "Un educatore in una comunità per minori: un lavoro. Così sembra". La relazione che si instaura tra i colleghi e tra i minori ospiti è particolare e profonda. L’idea di “casa” e di “appartenenza” va creata ed educata, per dare stabilità e basi ai nostri ragazzi, e lo strumento per farlo siamo noi educatori. Il libro, decisamente fruibile, è consigliato sia a chi lavora in questo campo per riflettere su ciò che fa e talvolta dà per scontato, sia a chi si avvicina per la prima volta a questo mondo, ma è auspicabile che anche i più distanti lo leggano, con occhio curioso e orecchio attento.

Professione educatore: la crisi

Fa da contraltare al libro di Fabbro di cui si scrive in questo post, un articolo di Sara De Carli su Vita.it, pubblicato il 30 aprile, nel quale si evidenzia una vera emergenza dei servizi educativi dovuta alla carenza di personale qualificato, che sceglie altre strade, come quella dell’insegnamento.

A questo link l'articolo a cui si fa riferimento: http://www.vita.it/it/article/2022/04/30/educatori-la-grande-emergenza/162670/

Nell’articolo si ragiona sulle molte cause che hanno portato a questa situazione, una situazione che si viene a creare proprio nel momento in cui servirebbe un maggior numero di educatori. Siamo coscienti che la situazione è piuttosto critica da diversi anni, lo sperimentiamo direttamente: è molto difficile trovare persone con il titolo di educatore professionale disponibili a dedicarsi al lavoro a turni in comunità, ma anche educatori di territorio o di appoggio a scuola.

Il numero chiuso nelle facoltà ha diminuito il numero dei laureati e, vista la possibilità di scelta, la maggior parte di loro sceglie lavori più sicuri e più remunerati. Se vogliamo provare a invertire la rotta, è necessario dare maggiore visibilità e dignità, anche economica, alla professione educativa, iniziando a far conoscere meglio e di più tutto il mondo che gira attorno alla professione educativa.

Relazionare, una competenza da imparare

Nel complesso lavoro degli educatori, la stesura delle relazioni educative è spesso un aspetto piuttosto delicato. Una relazione educativa assume un'importanza non da poco: è un documento denso di dati e informazioni sul minore oggetto della relazione, e, da quei dati e da quelle informazioni, spesso altri enti preposti traggono conclusioni, determinando il suo futuro percorsi di vita e assumendo decisioni che potrebbero indirizzare in modi molto differenti la sua strada.

Ecco allora che relazionare è un'attività a cui dedicare particolare cura, in cui parole e frasi vanno sapientemente pesate, in cui occorre impegnarsi per la massima oggettività, tralasciando considerazioni soggettive o personali. 

Relazionare è altro da improvvisare. Non coincide con lo scrivere a ruota libera tutto ciò che vorremmo dire, ma richiede, invece, unitamente allo sforzo della massima oggettività, di indagare su tutte le sfere che contribuiscono e ruotano intorno al minore in oggetto, e per ognuna di queste, di riportare gli elementi rilevanti.

In questi anni, come équipe educativa, abbiamo adottato un modello integrato PEI - relazione. Per ciascuna delle aree individuate (area situazione personale; area relazioni intrafamiliari e interpersonali; area scolastica-formativa; area rapporti con il territorio/attività) ci prefiggiamo di redigere un progetto educativo individualizzato (PEI), definendo una serie di obiettivi e, per ognuno di questi, declinando le azioni che si intende intraprendere per il loro perseguimento, con la specificazione di metodi, strumenti e indicatori utili alla valutazione del risultato. 

Essere in grado di redigere una relazione educativa, pertanto, diventa una vera e propria competenza che deve necessariamente far parte del bagaglio professionale di un educatore. Non è, infatti, sufficiente sapersi esprimere attraverso la scrittura. È altresì necessario essere capaci di scrivere in modo competente e adeguato.

Come acquisire questa competenza? Siamo davvero tutti capaci di scrivere una relazione educativa efficace e adeguata? Purtroppo questo argomento - la scrittura professionale dell’educatore - è poco esplorato e approfondito dalla nostra professione e non molto insegnato agli educatori in formazione, pur essendo praticato quotidianamente nella pratica professionale attraverso la stesura di relazioni, progetti, report, diari, appunti che vengono richiesti nei diversi servizi socio-educativi in cui lavoriamo.

Tra la letteratura disponibile sul tema, ci sentiamo di offrire un consiglio a tutti i colleghi educatori: leggete “Scrivere per professione. L'educatore professionale e la documentazione educativa”, un testo illuminante della Prof.ssa Riccucci, di cui citiamo questo brano che sottolinea l'importanza del relazionare nella professione educativa:

“Scrivere bene è un esercizio collegato al pensare bene; una scrittura professionale consapevole, corretta e efficace è un’assunzione di responsabilità verso le persone con cui lavoriamo, verso la professione e la sua evoluzione, verso la propria professionalità”.

(Marina Riccucci, Scrivere per professione. L'educatore professionale e la documentazione educativa)

Franz Kafka, la piccola Elsi e la sua bambola Brigida

Lo scrittore Franz Kafka sul finire della propria vita era solito passeggiare quotidianamente allo Steglitzer Park di Berlino. La compagna dello scrittore, Dora Diamant, ha raccontato che un pomeriggio, durante una delle sue camminate, Kafka incontrò una bambina. La piccola era sconvolta da un violento pianto, buio e disperato come quelli che a volte travolgono i bambini. Si chiamava Elsi - il nome fu decifrato da Franz Kafka in mezzo alle lacrime e ai singhiozzi. Era distrutta dal dolore perché aveva perduto la sua bambola, Brigida. Questa era scomparsa chissà dove e lei non riusciva a farsene una ragione. Kafka fu impressionato dal vuoto che aveva generato la sparizione della bambola nel cuore della bambina e si offrì di impegnarsi a cercare Brigida insieme a lei.

La bambola, però, non saltò fuori dal suo nascondiglio. Non fu ritrovata, né quel giorno, né mai.

Lo scrittore non si perse d'animo. Per colmare quel vuoto d'amore che aveva percepito nella piccola Elsi, mise in campo la sua immaginazione e le sue capacità di narratore. Riferì alla bambina che in realtà la sua bambola non era affatto sparita. Era semplicemente partita per un viaggio. Lui ne era al corrente, perché, ora che ci pensava, aveva ricevuto una lettera da Brigida. L'indomani, in qualità di Postino delle Bambole, l'avrebbe consegnata a Elsi, la destinataria della missiva.

Detto questo, Franz Kafka tornò a casa e si mise alla scrivania. Secondo quanto raccontò Dora Diamant, lo scrittore assunse un atteggiamento serio e concentrato, come quando lavorava alle opere che lo avevano reso celebre in tutto il mondo. Con questa disposizione d'animo, buttò giù la prima lettera per Elsi da parte di Brigida.

Come promesso, il giorno successivo Franz Kafka consegnò la lettera alla bambina. La bimba così apprese che la sua amata bambola aveva deciso di partire. Brigida scriveva che le voleva bene, ma aveva voluto cambiare aria perché aveva il desiderio di visitare anche altre parti del mondo oltre ai luoghi in cui era nata. Lo scrittore invitò Elsi a considerare la fortuna che aveva avuto. Nella sua passeggiata nel parco aveva incontrato per caso proprio l'unica persona che avrebbe potuto continuare a darle notizie di Brigida: il postino Franz.

Per diversi giorni, Kafka scrisse lettere di viaggi e le consegnò a Elsi che fu mano a mano affascinata dalla storia della sua bambola. Leggendo quelle parole suggestive di esperienze e luoghi lontani, finì per consolarsi della perdita subita.

Dopo qualche settimana di missive quotidiane, lo scrittore si presentò al parco con una bambola nuova. Aveva dei lunghi capelli corvini e, legati al nastro che li raccoglieva, Elsi trovò un biglietto. Lo spiegò e lesse:

I miei viaggi mi hanno cambiata.

Ma la storia non finisce qui. Diversi anni dopo, la bambina diventata grande trovò un altro biglietto cucito in una piega dell'abito della bambola. Recava questa scritta:

Ogni cosa che ami probabilmente andrà perduta, ma alla fine l’amore tornerà in un altro modo.

La storia di Kafka e della bambola viaggiatrice ha diverse versioni, come accade a tutte le più belle storie vere che vengono narrate dai protagonisti, e poi narrate ancora da chi se ne appropria di volta in volta. Diventano film, romanzi, o racconti della buonanotte. Diventano storie per viaggiare, per sognare, per saggiare la potenza guaritrice delle parole.

Una curiosità. Le lettere scritte da Kafka per Elsi furono sequestrate dalla Gestapo. Ma Dora è comunque riuscita a non fare sfumare nel tempo questo ricordo. E ancora oggi, grazie a lei, possiamo continuare a passeggiare con Franz e Elsi allo Steglitzer Park di Berlino in un pomeriggio di più di cento anni fa.


Buone e belle: le collane di Mafalda. Ne volete una?

Qualche settimana fa, Chiara, la nostra operatrice socio sanitaria, ha avviato un laboratorio creativo con i bambini e le bambine della nostra comunità. Iniziato un po' in sordina, con un pizzico di curiosità, qualche timore e tante domande, dopo poco si è rivelato molto coinvolgente. 

L’obiettivo educativo non è solo quello, che certamente va considerato, di sviluppare la manualità fine. Intendiamo, infatti, anche guidare i bambini alla partecipazione attiva nella progettazione e nella creazione di un oggetto, partendo da forme geometriche semplici e arrivando alla manipolazione e alla lavorazione del materiale.

Il laboratorio, divertente e coloratissimo, consente ai bambini sia di sviluppare la loro creatività,  sia di perseguire un obiettivo, attuando tutte le varie sequenze necessarie alla realizzazione di un oggetto, sequenze che implicano un momento attivo, ma anche uno di “attesa”. 

L'attività, il "fare insieme" è reso più piacevole dal sentirsi tutti protagonisti di un prodotto unico e sempre bello: una collana, una statuetta, un ciondolo, un magnete, un portachiavi... Che emozione vedere le creazioni nascere dalle nostre mani prendendo forma dal fimo e dalla forza del gruppo!

Il laboratorio tende ad autofinanziarsi, attraverso la propria produzione, resa disponibile al pubblico a offerta libera.

Ma non solo. Presto ci siamo resi conto che le nostre collane non sono solo buone, poiché utili alla crescita dei nostri bambini e delle nostre bambine. Sono anche proprio belle. Quanto le indossiamo con grande piacere, ci viene spesso chiesto dove le abbiamo acquistate. Allora raccontiamo del nostro laboratorio e gli occhi dei nostri interlocutori si illuminano: "Posso averne una anche io? Per me, per mia figlia, per mia sorella."

Perché non puntare più in alto, allora? - ci siamo chiesti insieme ai volontari dell'Associazione Premoli. Perché non proporre queste belle collane a chi non ha la fortuna di vederle nascere dal vivo, grazie alle mani sempre più esperte dei nostri piccoli ospiti guidate da quelle sapienti di Chiara? Perché non utilizzare le offerte raccolte per regalare ai nostri giovanissimi artisti una gita fuori porta in più rispetto a quelle già in programma?

Perché no?

Chi fosse interessato può inviare un messaggio whatsapp al numero 340 2331416 e sarà ricontattato dall'Associazione Premoli che si occuperà della raccolta delle offerte e dell'organizzazione della gita!

Sciogliere nodi, riannodare storie

Perché cimentarsi in un libro di storie, quando ci sono fior di scrittori che scrivono storie bellissime, per bambini, per adulti, o anche rivolte a entrambi, con molteplici piani di lettura?

Perché il nostro non è solo un libro di storie, ma un libro che parla di una precisa scelta educativa. Quella di stare con i nostri bambini, dentro la loro Storia di Vita, senza giudizi, senza moralismi, senza stereotipi, ma semplicemente e meravigliosamente relazionandosi con il bambino in modo empatico. Questo stare ci permette di conoscere la loro storia, e poi di renderla meno cruda, di rendere udibile anche l’indicibile, cambiando sfondi, parole, nomi, e cercando di infondere coraggio, speranza e fiducia, provando addirittura a cambiarne il finale. Questo è il senso del primo libro della Comunità Mafalda, che narra un altro modo di accogliere l’Altro.

Chi si vuole inoltrare in questa avventura, che ci porta in mezzo a boschi fatati, in fondo al mare e fino alle galassie più lontane, può trovare il nostro libro in vendita online sul sito della casa editrice e sui maggiori siti oppure, se è un amante dell'old style, recarsi fisicamente presso la sede della Voglino Editrice, in Via Digione, 18 a Torino.

L’esatta sequenza dei gesti (Fabio Geda)

Marta e Corrado sono la ragazzo e la ragazza protagonisti di questo libro. Due adolescenti allontanati dal loro contesto di vita familiare, che si trovano a condividere l'esperienza di una comunità educativa. Attorno ai protagonisti, un mondo di educatori, assistenti sociali, altri minori; storie di vita che si intrecciano tra loro in un racconto denso di emozioni e di vissuti. Positivi, negativi, dolorosi, traumatici, che descrivono la realtà dei ragazzi e delle ragazze che crescono fuori dalla propria famiglia di origine.

E in questo racconto c'è tanto di quello con cui ogni giorno noi educatori di comunità ci confrontiamo: le cose belle e quelle brutte, quelle che ci fanno scegliere ogni giorno il nostro lavoro e quelle imprevedibili, che ci fanno tremare le gambe e la terra sotto ai piedi, le grandi gioie e le preoccupazioni.

La sensazione è di vivere la storia dall'interno, l'identificazione dentro ogni pagina, e la scrittura dell'autore rende il racconto così fluido da non riuscire a smettere di leggerlo fino alla parola fine. Il libro coinvolge il lettore fin dalle prime pagine come se fosse scritto di getto; allo stesso tempo, però, l'accuratezza e la delicatezza con cui sono narrati fatti e sentimenti indicano una scrittura giusta, esatta, abbastanza distante da rendere luminosi i contenuti di cui tratta.

Per chi fa il nostro lavoro di educatore in comunità, gli spunti di riflessione sono tantissimi. Anche per tutti gli altri, però, il libro offre uno spaccato reale di quello con cui ogni giorno ci confrontiamo dal momento in cui apriamo la porta di una comunità a quello in cui la chiudiamo, spesso molto più tardi del previsto, per tornare alla nostra quotidianità. Le storie dei protagonisti assomigliano a quelle dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze, il loro bagaglio da custodire, nonostante tutto, con rispetto e riservatezza, senza giudicare mai.

È facile entrare in empatia con i personaggi, sembra quasi di conoscerli, così come alcune situazioni che risultano molto familiari.

E il titolo è emblematico. La parola “gesto”, come movimento, imprime dinamicità al nostro lavoro: ci sono tante cose da fare, sempre, il ritmo delle giornate alle volte è davvero frenetico, incalzante. Ma il gesto è anche conforto, sguardo, affetto, sostegno, rimprovero; è un termine che racchiude una molteplicità di significati.

L'esatta sequenza dei gesti è quella che ci accompagna quando arriviamo in comunità, ci cambiamo, facciamo attenzione a non svegliare chi dorme e speriamo che qualcuno sia pronto ad accoglierci con una tazza di caffè fumante. Da lì prende il via la nostra giornata, sempre con le migliori premesse, anche se spesso ha risvolti diversi da quelli previsti.

L'esatta sequenza dei gesti è uno spazio molto soggettivo che ci permette di affrontare l'imprevedibile; è il nostro porto sicuro, la certezza nell'incertezza, l'appiglio.

È ciò che ci permette di tenere insieme i pezzi del puzzle che ogni giorno componiamo a fianco dei nostri ragazzi. Qualche volta sbagliamo gli incastri o può succedere che ci manchi proprio quel pezzettino nel mezzo; ma con pazienza e perseveranza, si arriva a completare il quadro.

Il Laboratorio di Agnese #6