Alle comunità educative bastano tre mura

Un pomeriggio di pioggia, i figli fuori casa, il pc aperto davanti, un po' di tempo per riflettere sul mio lavoro. Questo lavoro che mi porta a essere sempre di corsa, a (cercare di) risolvere urgenze e non mi lascia tanto spazio per fermarmi a pensare.

Inizio ad aprire vecchi articoli. Mi imbatto in questo articolo del 2014 - pare una vita fa ma è attualissimo - di Marco Tuggia. La crisi economica di allora è ben presente anche oggi, la contrazione della spesa sociale anche, le campagne di principio contro certi tipi di accoglienza sembrano le stesse… E così anche la necessità di ri-pensare il proprio lavoro, di trovare risposte alla frammentarietà. Oggi come allora.

La proposta dell’autore è molto semplice e molto audace allo stesso tempo. Occorre trasformarsi da servizi educativi standardizzati a percorsi educativi ad personam, per rispondere all’unicità di ogni bambino e della famiglia che ha alle spalle.

È questo il percorso che la nostra comunità educativa ha intrapreso da tempo: all’interno di una cornice comune, tante strade individuali, uniche, personalizzate quante sono i bambini e le bambine che abbiamo accolto, per i quali e per le quali siamo diventati "casa". L’autore fa riferimento a una valutazione continuativa e partecipata, nella quale ci sia spazio per la voce del bambino e della famiglia stessa: è la strada che abbiamo iniziato a percorrere diverso tempo fa con la stesura delle relazioni partecipate e con la redazione dei progetti educativi individuali partecipati con i genitori. Sono percorsi a tratti tortuosi, che richiedono tempo, pazienza, proprietà di linguaggi diversi e tanta capacità di ascoltarsi e di venirsi incontro, ma sono gli unici cammini che possono portano al meglio per il bambino.

Marco Tuggia, sul finire dell’articolo, spiega perché alle comunità bastano tre mura. Perché la quarta c'è già: è data dalla collaborazione con gli altri professionisti, dalla relazione con la famiglia d’origine dei bambini e dalle risorse presenti nell’ambiente.

Il Laboratorio di Agnese #8

Qualche foto dell’estate volata via

Le hai aspettate tutto l’anno: sono le vacanze dentro una mano!
Quella che apri piano piano e la felicità va lontano!
È un razzo o un ghepardo? No, una nuova estate mai in ritardo

La merenda si fa festa

A Mafalda aspettavamo da tempo questo momento.

Per due anni abbiamo dovuto tenere i volontari a distanza e frequentarli solo per poche ore, con mille precauzioni e attenzioni.

Li ringraziamo per esserci stati comunque. Per la vicinanza che ci hanno sempre fatto sentire. Per aver accettato di venire in comunità anche solo un paio d'ore per stare con noi. Per aver giocato, corso, riso con i Mafaldini rigorosamente con la mascherina sul viso, come richiesto dalle regole.  

Ma finalmente abbiamo la possiblità di riprendere le modalità che abbiamo dovuto accantonare per un po'. Da questo mese potremo allungare i tempi delle uscite, programmandole anche di due giorni e non abbiamo più l'obbligo di usare la mascherina in comunità, quindi... via anche alle merende insieme!

Proprio da qui vogliamo ricominciare, per invitare tutti i volontari a fare una bella merenda con noi, una vera festa insieme.

L'appuntamento è per domenica 16 ottobre alle 16,30 a Mafalda.

L'invito è per tutti i volontari che in questi anni ci sono stati vicini e anche per quelli che in questi anni, per varie ragioni, non sono riusciti a essere molto presenti.

Ma vorremmo allargare l'invito anche a tutti gli amici, vecchi o nuovi, che hanno voglia di avvicinarsi a Mafalda e ai Mafaldini, condividere insieme una bella merenda e magari mettersi a disposizione per diventare nuovi volontari.

Quindi passate la voce e fateci conoscere i vostri amici e parenti.

Vi aspettiamo numerosi!

Il Laboratorio di Agnese #7

I volontari dell’associazione Premoli

L'estate per noi è il periodo senza scuola, il momento dei bilanci, dell’inizio di progetti nuovi e divertenti, ma anche dei lavori di manutenzione, di restyling della casa e del giardino. Senza i nostri magici volontari dell’associazione Premoli non ce la faremo di certo! Loro ci affiancano, ci sostengono, ci aiutano, ci supportano e sopportano, e lo fanno 365 giorni all’anno.

Ma cosa fanno? Un po' di tutto, sono molto eclettici! Innanzi tutto stanno con i nostri bambini, e già lo stare con, senza giudicare, senza pretendere nulla, accettando il bambino anche quando è scontroso, arrabbiato e poco simpatico, è tantissimo, perché i nostri piccoli sono spesso stati visti attraverso i loro problemi e i loro limiti e non nella loro interezza.

E poi colorano le ringhiere, tinteggiano i muri, tagliano l’erba, giocano o studiano con i bambini, ci comprano le uova di Pasqua, stirano, sistemano il guardaroba, aggiustano i mobili, le ante e i letti meglio di Bob Aggiustatutto, fanno lavoretti e abbelliscono la nostra grande casa. A voi, cari e insostituibili volontari, un GRAZIE grande come la nostra casa e come il vostro cuore e un meritato riposo estivo!

Anna e Adriana... volontarie in gioco!
La nostra storica Jolanda si occupa di ordinare ciò che noi disordiniamo.
Grazie a lei, sappiamo sempre dove trovare l'indumento che manca.
Jolanda, la nostra volontaria
Portamatite colorati e Mafalde realizzati dal nostro falegname personale Enrico
Il nostro volontario Lorenzo: il Bob Aggiustatutto di Borgo Revel

Mio fratello rincorre i dinosauri

Mio fratello rincorre i dinosauri: titolo curioso per molti; non tanto per Giacomo, per lui tutto ciò non rappresenta una stranezza, perché

“Giovanni era una danza. Giovanni è una danza. Il problema è sentire la sua stessa musica. Come quella frase attribuita a Nietzsche, avete presente?, che dice: Quelli che ballavano erano visti come pazzi da chi non sentiva la musica. Ecco, a me, la sua musica, in quel periodo, non arrivava proprio.”

Queste sono le parole di Giacomo, il fratello di Giovanni. Giovanni è un bambino affetto dalla sindrome di down o, per meglio dire, un bambino con un cromosoma in più, a cui piacciono i dinosauri, ama correre nei corridoi e un po’ meno andare a scuola.

Giacomo aveva solo cinque anni quando i suoi genitori gli annunciano che presto arriverà un fratellino e che sarà speciale. Lui, felicissimo, inizierà a fantasticare, immaginando suo fratello come un supereroe, per poi accorgersi con il passare degli anni che Giovanni, sì, è speciale, ma i superpoteri non li ha.

L’autore del libro è appunto Giacomo Mazzariol, un ragazzo di appena vent’anni che racconta in modo onesto, a tratti anche ironico, della sua quotidianità, delle difficoltà legate alla sindrome e di come il suo entusiasmo iniziale si sia trasformato ben presto in rifiuto e addirittura in vergogna. Solo una volta adolescente e scosso da un episodio che li coinvolgerà entrambi, si accorgerà di tutte le cose che ha in comune con il fratello, riuscendo a entrare finalmente nel suo mondo, conoscere la sua semplicità e viverlo senza preconcetti.

Questo dovrebbe essere un po’ un insegnamento per tutti. Dovremmo imparare a distinguere le somiglianze e a tralasciare le diversità, solo allora capiremo che speciale non è un termine per edulcorare la pillola ma descrive una verità. Ci insegnano da sempre che dobbiamo fare ciò che ci far stare bene. Se rincorrere i dinosauri ci fa stare bene, allora va bene rincorrere i dinosauri!

Mamma diceva che amare un fratello non vuol dire scegliere qualcuno da amare; ma ritrovarsi accanto qualcuno che non hai scelto, e amarlo. Ecco, scegliere di amare, non scegliere la persona da amare.

Fai tu la notte?

Elia Fabbro, di professione educatore, ha scritto un libro che è uno spaccato reale, e pertanto molto interessante, sul mondo delle comunità per minori, spesso poco o affatto conosciuto dai non addetti ai lavori. Pubblicato nel 2020 e fin da subito diventato popolare, il libro racconta in modo autentico e divertente ciò che accade nel quotidiano delle comunità per minori.

"Fai tu la notte?" - il titolo del volumetto è la domanda posta di frequente dai bambini ospiti di una comunità per minori all'educatore in turno per sapere se si tratterrà fino al mattino successivo, attraversando insieme a loro i bisbigli, i sogni belli e quelli brutti che popoleranno la casa quando calerà il buio. Da questa semplice ed apparentemente banale domanda, l’autore fa partire una riflessione educativa e personale sul lavoro dell’educatore nelle comunità educative per minori. Il sottotitolo del libro recita: "Un educatore in una comunità per minori: un lavoro. Così sembra". La relazione che si instaura tra i colleghi e tra i minori ospiti è particolare e profonda. L’idea di “casa” e di “appartenenza” va creata ed educata, per dare stabilità e basi ai nostri ragazzi, e lo strumento per farlo siamo noi educatori. Il libro, decisamente fruibile, è consigliato sia a chi lavora in questo campo per riflettere su ciò che fa e talvolta dà per scontato, sia a chi si avvicina per la prima volta a questo mondo, ma è auspicabile che anche i più distanti lo leggano, con occhio curioso e orecchio attento.

Professione educatore: la crisi

Fa da contraltare al libro di Fabbro di cui si scrive in questo post, un articolo di Sara De Carli su Vita.it, pubblicato il 30 aprile, nel quale si evidenzia una vera emergenza dei servizi educativi dovuta alla carenza di personale qualificato, che sceglie altre strade, come quella dell’insegnamento.

A questo link l'articolo a cui si fa riferimento: http://www.vita.it/it/article/2022/04/30/educatori-la-grande-emergenza/162670/

Nell’articolo si ragiona sulle molte cause che hanno portato a questa situazione, una situazione che si viene a creare proprio nel momento in cui servirebbe un maggior numero di educatori. Siamo coscienti che la situazione è piuttosto critica da diversi anni, lo sperimentiamo direttamente: è molto difficile trovare persone con il titolo di educatore professionale disponibili a dedicarsi al lavoro a turni in comunità, ma anche educatori di territorio o di appoggio a scuola.

Il numero chiuso nelle facoltà ha diminuito il numero dei laureati e, vista la possibilità di scelta, la maggior parte di loro sceglie lavori più sicuri e più remunerati. Se vogliamo provare a invertire la rotta, è necessario dare maggiore visibilità e dignità, anche economica, alla professione educativa, iniziando a far conoscere meglio e di più tutto il mondo che gira attorno alla professione educativa.

Relazionare, una competenza da imparare

Nel complesso lavoro degli educatori, la stesura delle relazioni educative è spesso un aspetto piuttosto delicato. Una relazione educativa assume un'importanza non da poco: è un documento denso di dati e informazioni sul minore oggetto della relazione, e, da quei dati e da quelle informazioni, spesso altri enti preposti traggono conclusioni, determinando il suo futuro percorsi di vita e assumendo decisioni che potrebbero indirizzare in modi molto differenti la sua strada.

Ecco allora che relazionare è un'attività a cui dedicare particolare cura, in cui parole e frasi vanno sapientemente pesate, in cui occorre impegnarsi per la massima oggettività, tralasciando considerazioni soggettive o personali. 

Relazionare è altro da improvvisare. Non coincide con lo scrivere a ruota libera tutto ciò che vorremmo dire, ma richiede, invece, unitamente allo sforzo della massima oggettività, di indagare su tutte le sfere che contribuiscono e ruotano intorno al minore in oggetto, e per ognuna di queste, di riportare gli elementi rilevanti.

In questi anni, come équipe educativa, abbiamo adottato un modello integrato PEI - relazione. Per ciascuna delle aree individuate (area situazione personale; area relazioni intrafamiliari e interpersonali; area scolastica-formativa; area rapporti con il territorio/attività) ci prefiggiamo di redigere un progetto educativo individualizzato (PEI), definendo una serie di obiettivi e, per ognuno di questi, declinando le azioni che si intende intraprendere per il loro perseguimento, con la specificazione di metodi, strumenti e indicatori utili alla valutazione del risultato. 

Essere in grado di redigere una relazione educativa, pertanto, diventa una vera e propria competenza che deve necessariamente far parte del bagaglio professionale di un educatore. Non è, infatti, sufficiente sapersi esprimere attraverso la scrittura. È altresì necessario essere capaci di scrivere in modo competente e adeguato.

Come acquisire questa competenza? Siamo davvero tutti capaci di scrivere una relazione educativa efficace e adeguata? Purtroppo questo argomento - la scrittura professionale dell’educatore - è poco esplorato e approfondito dalla nostra professione e non molto insegnato agli educatori in formazione, pur essendo praticato quotidianamente nella pratica professionale attraverso la stesura di relazioni, progetti, report, diari, appunti che vengono richiesti nei diversi servizi socio-educativi in cui lavoriamo.

Tra la letteratura disponibile sul tema, ci sentiamo di offrire un consiglio a tutti i colleghi educatori: leggete “Scrivere per professione. L'educatore professionale e la documentazione educativa”, un testo illuminante della Prof.ssa Riccucci, di cui citiamo questo brano che sottolinea l'importanza del relazionare nella professione educativa:

“Scrivere bene è un esercizio collegato al pensare bene; una scrittura professionale consapevole, corretta e efficace è un’assunzione di responsabilità verso le persone con cui lavoriamo, verso la professione e la sua evoluzione, verso la propria professionalità”.

(Marina Riccucci, Scrivere per professione. L'educatore professionale e la documentazione educativa)